Trasparenza salariale, Italia ancora impreparata

l’Italia è tra i primi Paesi a tagliare il traguardo europeo sulla trasparenza retributiva, ma tra le mura aziendali la realtà è ben diversa. Il Decreto Legislativo 96/2026, pone il nostro Paese all’avanguardia nell’Unione Europea per l’azzeramento del gender pay gap ma sotto la superficie della legge si nasconde un cortocircuito: le aziende sono impreparate, i vertici conoscono la norma meno dei propri dipendenti e oltre l’80% delle imprese non ha stanziato budget per adeguarsi. A scattare la fotografia di questa transizione a due velocità è il nuovo report Trasparenza & Governance di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato, condotto su un campione di 1.000 lavoratori e lavoratrici di ogni età e provenienti da ogni regione d’Italia.
Il quadro europeo: un recepimento a macchia di leopardo. A livello europeo, il recepimento della direttiva mostra un quadro fortemente frammentato. Nonostante la scadenza ufficiale del 7 giugno 2026, la ferma posizione della Commissione Europea che ha confermato l’assenza di proroghe e l’imminente avvio di procedure di infrazione contro gli Stati inadempienti, soltanto quattro Paesi su ventisette hanno completato l’iter nei tempi previsti: accanto all’Italia, infatti, figurano la Slovacchia, la Lituania e Malta. Un gruppo di quindici nazioni, invece, si trova in una fase intermedia o ha differito ufficialmente la scadenza operativa al 1° gennaio 2027 (Paesi Bassi, Danimarca e Repubblica Ceca, affiancati da Francia, Austria, Finlandia, Romania, Portogallo, Slovenia, Lussemburgo, Lettonia, Cipro, Polonia, Belgio e Irlanda), mentre sei Paesi – tra cui Germania e Spagna – registrano ritardi notevoli.
Per tutte le imprese europee con oltre 250 dipendenti resta comunque fermo al 7 giugno 2027 l’obbligo di trasmettere il primo report retributivo sui dati salariali del 2026, con scadenze triennali differite in Italia per le aziende tra 150 e 249 dipendenti dal 2027 e per quelle tra 100 e 149 dipendenti dal 2031, oltre all’obbligo di avviare una valutazione se si riscontra un gap medio di genere pari o superiore al 5% non corretto entro sei mesi.
Conoscenza della norma: primato femminile e “assenza” dei vertici. Sul fronte italiano, l’indagine di Hunters Group rivela che l’85,4% della popolazione aziendale ha sentito parlare della normativa, mentre il 14,6% non la conosce affatto. Soltanto il 22%, però, dichiara di conoscerla nel dettaglio e il 63,4% ammette di non conoscerne i dettagli operativi.
Il confronto tra conoscenza dichiarata ed effettiva fa emergere un netto primato femminile: le donne non solo dichiarano una conoscenza più approfondita nel 31,1% dei casi (contro il 16,4% degli uomini), ma dimostrano sul campo una preparazione superiore. Il 64,3% delle lavoratrici risponde correttamente a tutte e cinque le domande poste ottenendo uno score medio dell’86,6%, mentre tra gli uomini si ferma a punteggio pieno solo il 48,9%, con uno score medio dell’81,4%.
“L’Italia – precisa Joelle Gallesi, managing director di Hunters Group – ha dimostrato una grande tempestività sul piano legislativo diventando un apripista in Europa, ma l’applicazione concreta all’interno delle aziende richiede un netto cambio di passo che, in molti casi, manca ancora oggi. Il fatto che le donne registrino una conoscenza della legge decisamente più alta e approfondita rispetto agli uomini dimostra quanto il tema della parità e della trasparenza salariale sia vissuto in modo primario da chi, storicamente, ne ha subito di più gli effetti nel proprio percorso professionale. Non possiamo permettere che un testo normativo di questa portata rimanga confinato sulla carta ed è su questo che, come Hunters Group, stiamo lavorando”.

