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Crescita economica, sale l’ottimismo delle aziende

In Italia la crescita è data per certa dalle aziende, ma non dai lavoratori. Il 100% dei datori di lavoro si aspetta uno sviluppo positivo del proprio business nel 2026, mentre solo il 43% dei lavoratori condivide questo ottimismo. Un divario profondo di fiducia sul futuro, in un contesto segnato da incertezza economica, aumento del costo della vita e rapida trasformazione dei modelli di lavoro.

È quanto emerge dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine condotta in 35 paesi sulle trasformazioni del mercato del lavoro, che ha analizzato il senso di collettività e la fiducia tra i dipendenti, attraverso le interviste a 27mila persone a livello globale, di cui 750 in Italia. Una ricerca che, per la prima volta nell’edizione 2026, prende in considerazione anche il punto di vista dei datori di lavoro, con 1225 aziende intervistate nel mondo e 35 nel nostro Paese.

Dall’indagine, emerge un’asimmetria di percezione nel rapporto tra aziende e lavoratori: la crescita attesa e l’innovazione tecnologica vengono lette dalle imprese come opportunità strutturali, mentre una parte consistente della forza lavoro continua a misurarle sulla base di elementi concreti: retribuzione, sicurezza economica, capacità di sostenere il costo della vita.

Infatti, la distanza fra imprese e persone risulta evidente quando si parla di retribuzioni: il 66% delle aziende afferma di aver definito strategie per compensare l’aumento del costo della vita, ma solo il 30% dei lavoratori dichiara di aver visto un effettivo miglioramento del proprio salario, mentre per molti la situazione è rimasta invariata o è addirittura peggiorata (il 23%).

In questo contesto si inserisce l’intelligenza artificiale, che agisce da acceleratore del divario. Le aziende guardano all’AI come a una leva strategica per aumentare efficienza e produttività e prevedono un impatto sempre più rilevante sulle attività lavorative. I lavoratori ne riconoscono il valore e dimostrano un atteggiamento proattivo, ma con qualche preoccupazione: sette su dieci si dicono “pronti” a utilizzare l’AI, ma uno su tre ha timore di non riuscire ad adattarsi all’impatto sul lavoro. Emerge uno scetticismo sulla distribuzione dei reali benefici: quasi metà dei dipendenti pensa che i vantaggi dell’adozione dell’AI si concentreranno più sulle organizzazioni che sulle persone. Quasi 4 aziende su 5 credono che l’AI farà scomparire i lavori entry-level, con le generazioni più giovani (Gen Z al 45% e Millennials al 40%) preoccupate che l’AI possa ridurre le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro.