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Sette lavoratori su 10 temono di diventare obsoleti

Oggi l’AI è entrata nei flussi di lavoro di oltre metà delle aziende italiane e, insieme a maggiore efficienza, ha portato con sé una nuova paura: quella di non riuscire a tenere il passo. Ben 7 lavoratori su 10 soffrono (almeno in parte) di “FOBO”, fear of becoming obsolete, il timore di diventare professionalmente obsoleti. Un fenomeno presente già in quasi 3 organizzazioni su 4, anche se focalizzato su specifici ambiti e ruoli: i profili con minore familiarità con il digitale, quelli facilmente automatizzabili, quelli con modelli professionali consolidati che faticano ad adattarsi all’innovazione. È quanto emerge dall’HR Trends 2026, la ricerca di Randstad Professional Leaders Search & Selection, la divisione di Randstad specializzata nella ricerca e selezione di middle e senior management, realizzata sulla base di interviste a 780 lavoratori e 275 responsabili HR italiani (Direttori o manager) di aziende di diversi settori e territori, mettendone a confronto i risultati.

A incidere sulla FOBO sono la storia professionale e la consuetudine al cambiamento dei singoli lavoratori, più che l’età anagrafica. Anzi, in un contesto in cui l’IA entra sempre più nei processi, avviene un apparente paradosso: i senior sono percepiti più che in passato come risorsa per assicurare affidabilità, memoria organizzativa, capacità di giudizio e leadership informale. Per l’85% degli HR e il 96% dei lavoratori è fondamentale la seniorship, la caratteristica personale che unisce esperienza e competenza a leadership, autonomia e autorevolezza, indipendentemente dall’età.

Una cosa appare certa: nel contesto di forte cambiamento generato dall’AI, per tutti i profili una competenza abilitante per gestire la trasformazione in atto è diventata la “prontezza mentale”, la capacità di coniugare stabilità emotiva, lucidità e flessibilità cognitiva per ottimizzare le prestazioni, gestire lo stress e affrontare gli ostacoli: è importante per il 91% degli HR e il 98% dei lavoratori. Con una buona notizia: per 8 su 10 di entrambe le categorie è una caratteristica che si può, almeno in parte, allenare.

“L’AI sta entrando sempre più velocemente in azienda e rappresenta un potente acceleratore del cambiamento – afferma Fabio Costantini, Senior Vice President di Randstad Professional Italia -. Sebbene sia stata accolta in modo generalmente positivo tra i lavoratori italiani, questa trasformazione porta con sé anche un timore diffuso di non restare al passo con l’avanzamento tecnologico. Gli HR devono trasformare questa paura in spinta al miglioramento attraverso iniziative di upskilling e reskilling; in questo senso, il change management giocherà un ruolo cruciale, ponendosi alla base di strategie volte all’accompagnamento e all’inclusione equa di tutte le persone. Allo stesso tempo, si assiste a un fenomeno interessante: l’avanzata dell’AI sta producendo una nuova visione positiva della seniorship, che porta in dote alcune caratteristiche non sostituibili dalla tecnologia, come la conoscenza del contesto, la capacità di giudizio e l’esperienza nei contesti reali”.

“Con l’AI, il valore del lavoro si sposta sempre più dal ‘fare’ al ‘valutare’: dalla produzione di contenuti alla loro valutazione e interpretazione – aggiunge Luca Napolitano, Director di Randstad Professional, Leaders Search & Selection -. In questo contesto, per leggere criticamente i risultati delle macchine e riuscire a governarli, per qualsiasi profilo diventa cruciale una nuova competenza complessa: la ‘prontezza mentale’, che tiene insieme la capacità di concentrarsi sui dettagli, di mantenere la calma sotto pressione, di puntare in alto con convinzione nelle sfide complesse, di riprendersi rapidamente da battute d’arresto e stress. Una caratteristica che le aziende possono e devono allenare per consentire alle persone di continuare ad apprendere e orientarsi nel cambiamento”.

L’AI nelle aziende italiane. Secondo l’HR Trends 2026, oggi più della metà delle aziende (55%) e dei lavoratori (64%) italiani ha introdotto l’AI nei flussi di lavoro, per lo più in modo non strutturato. Nei Dipartimenti HR l’uso di strumenti di Intelligenza Artificiale specifici è diffuso solo nel 35% delle aziende. Ma ben il 60% di quelle che hanno introdotto l’AI la usa anche in ambito HR (era il 49% lo scorso anno).

L’efficientamento è il principale driver per adottare l’AI, introdotta prevalentemente “dall’alto” per decisione della leadership (nel 51% dei casi), non di rado anche su iniziativa di manager o team operativi (36%) o dopo sperimentazioni di dipendenti (26%). I principali ambiti di utilizzo sono l’analisi dati e le traduzioni, poi la creatività e l’automazione operativa. L’84% dei lavoratori si sente “pronto” nella gestione dei cambiamenti introdotti dall’Intelligenza Artificiale, mentre solo il 47% ritiene pronta la propria azienda.

Dal punto di vista degli HR le principali difficoltà ad introdurre l’AI in azienda sono la mancanza di competenze interne (43%), i rischi di cybersecurity (42%) e la difficoltà a integrarla con i sistemi (34%). I lavoratori segnalano anche la mancanza di formazione (34%). Ma l’atteggiamento è generalmente positivo: per l’81% degli HR l’IA rende il lavoro più efficiente ed è d’accordo il 69% dei lavoratori.

Per il 59% dei Direttori del Personale, la funzione HR sta supportando lo sviluppo di skill legate all’AI, ma secondo i lavoratori la percentuale crolla al 31%. Ben il 63% del personale ritiene che l’introduzione dell’AI renda il cambiamento più rapido, ma anche più difficile da stabilizzare nel tempo.