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Trend e andamenti settoriali

Salari italiani, trend negativo rispetto a quelli dell’UE

di Robert Hassan

L’Italia si colloca al 22° posto su 34 Paesi OCSE (Organizzazione per la la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per salari medi annui, lo scorso anno era al 21° posto. Su 34 Paesi esaminati, il salario medio annuo degli italiani è di $ 48.874, al di sotto dei Paesi come Austria, Belgio, Germania, Francia e Spagna. Il nostro Paese è, tra i paesi OCSE, in penultima posizione per perdita di potere di acquisto dei salari (-2,76% nel 2023 vs 2022), dietro solo all’Irlanda. Lo rivela il JP Salary Outlook, report elaborato dall’Osservatorio JobPricing, che offre un trend sulle retribuzioni in Italia. Il suo scopo è quello di dare un contributo di trasparenza e di oggettività in un campo troppo spesso dibattuto in base al senso comune, piuttosto che ai dati. I dati sulle retribuzioni sono raccolti con particolare attenzione ai dipendenti del settore privato.

Il report evidenzia inoltre che nel 2024 la retribuzione lorda annua media dei lavoratori è aumentata dell’3,3% rispetto al 2023. Se si considera il 2015, l’aumento è del 11,0%. Gli operai hanno registrato l’aumento della retribuzione lorda annua più consistente lo scorso anno (4,6%), portando a 13,9% la crescita dal 2015. Di tutti e quattro gli inquadramenti, gli operai sono quelli che hanno registrato il maggiore aumento retributivo, non solo nell’ultimo anno, ma anche se esaminati a partire dal 2015.

Nel 2024, inoltre, si registra un recupero del potere di acquisto dei salari (+3,3% vs +1,0% dell’inflazione), ma la dinamica di lungo periodo rimane negativa (+11,0% vs +20,8% dell’inflazione dal 2015 a oggi). In sostanza, i lavoratori dipendenti italiani hanno perso dal 2015 circa il 10% di potere di acquisto. In Italia, l’80% dei lavoratori riceve una retribuzione lorda annua inferiore a 35.000 €, il 92% non supera i 40.000 euro. Nel 2024, i più pagati del mercato (9° decile CEO) hanno ricevuto circa 9 volte in più dei meno pagati. Questo dato fornisce un quadro dei due estremi della curva salariale. La componente variabile media delle retribuzioni tra il 2023 e il 2024 è leggermente aumentata, così come sono aumentati i percettori di variabile.

La differenza tra le retribuzioni medie annue del nord e quelle di sud e isole è di circa 3.550 euro.

Sebbene negli ultimi anni sia prevalso il cosiddetto “catching up effect” tra le regioni del sud e quelle del nord, il salario medio delle regioni settentrionali supera ancora quello del sud di oltre il 10%.

Dal report elaborato dall’Osservatorio JobPricing emerge inoltre che il Trentino-Alto Adige, Lombardia, Lazio e Liguria registrano le retribuzioni più alte, mentre la Basilicata ha la retribuzione lorda annua più bassa, seguita da Calabria e Molise. Il settore più pagato è quello dei servizi finanziari che è quello che è cresciuto di più negli ultimi otto anni. I salari delle grandi aziende hanno registrato la crescita minore nell’ultimo anno e anche nel medio-lungo periodo. La retribuzione media annua in Italia rimane una delle più basse tra i Paesi dell’OCSE e dell’Europa Unita. Con una media di circa $ 48.874, a parità di potere d’acquisto (PPA) si colloca al 22° posto tra i 34 Paesi dell’OCSE. È inoltre significativamente più bassa (-$ 9.358, -16%) rispetto alla retribuzione media annua dell’OCSE, pari a $ 58.232. Rispetto al paese OCSE più alto in classifica, il Lussemburgo, il guadagno medio in Italia è inferiore di quasi 41.000 $ (circa il 46% in meno), mentre rispetto al Messico, che è il Paese peggio classificato, il guadagno medio in Italia è superiore di $ 28.400 (+238,7%).

Se limitiamo l’analisi ai 17 Paesi dell’Eurozona, l’Italia, che è la terza economia dell’UE, si colloca al 10° posto, al di sotto di Paesi come il Lussemburgo, la Germania e la Francia, mentre la Grecia è l’ultima in classifica ($ 30.238).

Tuttavia, se si adotta la prospettiva delle singole persone, esaminare solo le retribuzioni lorde non è sufficiente: è importante capire il livello delle retribuzioni nette e il potere di acquisto che da esse deriva. Quindi, il tema degli stipendi non può essere analizzato in modo disgiunto dal tema del cuneo fiscale e dal livello del costo della vita. Il Belgio ha il cuneo fiscale totale più alto (53%), seguito dalla Germania (48,3%). Anche l’Italia si colloca ai primi posti tra i paesi con un cuneo fiscale elevato (45,9%).

Tra i Paesi analizzati, la Svizzera ha il cuneo fiscale più basso (23,4%). È interessante anche confrontare i vari Paesi dal punto di vista delle logiche di ripartizione del peso fiscale tra imprese e persone.

La Danimarca è il Paese con la più alta tassazione media sul reddito (35,5%), ma in questo Paese non si pagano contributi sociali, né da parte dei lavoratori né da parte delle imprese. La Francia è il Paese con i più alti contributi sociali a carico delle imprese (26,7%), mentre la Lituania è il Paese con i più alti contributi sociali a carico dei lavoratori (19,2%). In Italia la suddivisione prevede i contributi sociali a carico dell’azienda pari al 24% del costo del lavoro e il 6,6% a carico del lavoratore (dal 7,2% del 2021). A prima vista l’approccio nelle grandi economie europee sembra simile: Germania, Francia e Italia hanno un cuneo fiscale complessivo abbastanza allineato: la differenza è che in Francia e in Italia il cuneo fiscale a carico delle aziende è più elevato, mentre in Germania sono le persone che sopportano il peso fiscale più elevato. In generale, se si allarga l’analisi ai Paesi OCSE, si nota come nella maggior parte dei Paesi europei il cuneo fiscale sia più alto rispetto a Paesi non europei e in Italia è più alto del 33% rispetto alla media dei Paesi OCSE.

Sebbene nel corso del 2024 la dinamica inflazionistica seguita ai vari eventi socioeconomici e politici che l’economia mondiale ha vissuto negli ultimi anni sembri essere tornata su livelli più “normali”, va tenuto presente che molti dei fattori che l’hanno causata non sono risolti e altre nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, superata la pandemia del COVID-19, rimangono attive le tensioni sui mercati derivanti dall’aggressione russa in Ucraina, dalla guerra israelo-palestinese, e ora dalla politica dell’amministrazione Trump di elevare pesanti dazi a difesa dell’economia americana. Questa situazione impatta pesantemente sul commercio internazionale e di conseguenza sul PIL di moltissimi paesi. Inoltre, le azioni di sostegno all’economia durante la pandemia e i costi straordinari dell’intervento a favore dell’Ucraina hanno “svuotato” le casse degli Stati che ora faticano a investire in misure massicce di stimolo all’economia. Le Banche Centrali hanno adottato politiche di incremento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione, riuscendo a contenerne la crescita, ma impattando sugli investimenti e, in definitiva, sulla crescita economica.

Lo scenario, quindi, è estremamente complesso ed incerto, ma alcuni dati ci possono aiutare a comprendere meglio la situazione dei salari, a livello nazionale e internazionale.

Partiamo dall’Italia. I dati ci dimostrano che, sebbene la dinamica inflazionistica si sia “raffreddata”, il livello dei prezzi si posiziona oggi su livelli ben al di sopra di quelli di tre anni fa. Tra il 2021 e il 2024 l’indice dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA) è cresciuto del 17,6% (NIC 15,7%). Nel nostro Paese, le imprese non hanno certo potuto “compensare” autonomamente la perdita di potere di acquisto dei salari, ma la spinta dell’inflazione ha sicuramente costretto ad interventi “straordinari”, anche grazie ai meccanismi di rinnovo dei CCNL che in alcuni casi hanno portato ad aumenti molto significativi dei minimi contrattuali (vedi CCNL Industria Metalmeccanica).

Infine, il rapporto evidenzia che se si fa un confronto tra gli indici delle retribuzioni nette e del costo della vita (fatto 100 il valore dell’Italia per entrambi gli indicatori) l’obiettivo, confrontando i due indici, è capire come varia il rapporto tra retribuzioni nette e costo della vita negli altri paesi OCSE: in altri termini, vogliamo sapere chi sta meglio o peggio di noi. Gli scenari possibili sono tre: i due indici sono uguali (quindi, indipendentemente dal valore relativo di prezzi e retribuzioni, il rapporto è identico e quindi il potere di acquisto in quel paese è identico a quello italiano), l’indice dei salari è più elevato di quello dei prezzi (quindi potere di acquisto superiore all’Italia), o viceversa (quindi potere di acquisto inferiore). Di fatto, solo trasferendoci in Finlandia troveremmo una situazione più o meno simile a quella italiana in termini di potere di acquisto. In paesi come Israele, Norvegia e Svizzera (in cui le retribuzioni sono molto più alte che da noi) in realtà in termini di potere di acquisto dei salari si sta peggio che in Italia, in quanto il costo della vita è comparativamente più alto. Di questo gruppo fanno parte anche Ungheria, Slovacchia, Portogallo, Grecia e Lettonia, accomunate da livelli dei salari inferiori al nostro. In tutto il resto dei paesi OCSE, il potere di acquisto dei salari è più alto che in Italia.