Cresce il burnout in azienda

Secondo l’ottavo Rapporto Censis-Eudaimon intitolato “lavoro, aziende e benessere dei lavoratori: un’epoca nuova” che, nel 2025, ha analizzato il welfare aziendale e il benessere psicofisico, emerge che circa il 31,8% dei lavoratori dipendenti italiani vive forme conclamate di burnout, manifestando esaurimento o distacco emotivo dal proprio impiego; un dato supportato anche dalle indagini di Unobravo, che attestano la percentuale complessiva intorno al 29%. Se allarghiamo lo sguardo alle problematiche generali di salute mentale legate all’impiego, il TELUS Mental Health Index posiziona l’Italia tra i paesi europei a più alto rischio, con il 43% dei lavoratori esposti.
Dai dati emerge che questa congestione psicofisica ed emotiva non colpisce tutti allo stesso modo, ma segue dinamiche specifiche tra le diverse fasce della popolazione lavorativa. L’ultimo report AXA Mind Health di inizio 2026 conferma sostanzialmente i valori critici già emersi nel 2024 individuando nei giovani under 40 la categoria in assoluto più colpita: in questa fascia, la percentuale di chi soffre di burnout o di forte esaurimento emotivo sale al 47,7%. I lavoratori sotto i 40 anni registrano una probabilità doppia di ricevere diagnosi legate a stress e stati ansiosi rispetto alla media della popolazione; specchio di una profonda fatica dei Millennials nel trovare stabilità e un reale coinvolgimento in azienda.
A questo scenario si affiancano altre forti disparità sistemiche: le donne denunciano con maggiore frequenza uno stress lavorativo elevato (86,4% rispetto all’80% degli uomini), accompagnato da una quota nettamente superiore di disturbi del sonno correlati. Sul fronte dei settori, quasi la metà degli operatori della sanità (49,6%) dichiara sintomi da burnout, con un picco del 52% tra i medici e del 45% tra gli infermieri. Rischi parimenti elevati si registrano nel comparto retail e vendite, nei servizi digitali, nell’istruzione e tra i freelance.
L’impatto clinico, economico e sociale di questa deriva trova un riscontro oggettivo nelle istituzioni: la Società Italiana di Psichiatria (SIP) segnala una crescita costante e ininterrotta delle richieste di assistenza territoriale per forte disagio psichico, mentre l’INAIL conferma un incremento delle denunce per disturbi psichici e comportamentali di origine professionale, all’interno di un trend che ha visto le denunce totali per malattie professionali aumentare del 54% nell’ultimo decennio.
Il corpo e la mente collettivi stanno mandando un segnale inequivocabile di sofferenza. Proprio per questo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito il burnout nell’undicesima revisione del’ICD (International Classification of Diseases), rubricandolo ufficialmente come un “fenomeno professionale” e un “fattore che influenza lo stato di salute”. L’OMS ne definisce il quadro attraverso tre segnali chiarissimi:
– Un profondo esaurimento vitale: una spossatezza cronica, fisica e mentale, che non scompare con il sonno notturno. Il corpo si fa pesante, l’energia (il nostro capitale vitale) si azzera e compaiono sintomi fisici come tensioni muscolari, emicranie, disturbi dell’apparato digerente.
– Un progressivo indurimento emotivo: il tentativo disperato del sistema di alzare un muro per proteggersi dal sovraccarico. Ci si scopre distanti, cinici o irritabili verso i colleghi e le mansioni quotidiane.
– La perdita di autoefficacia e fiducia: una sensazione latente di fallimento, in cui ci si sente inadeguati e incapaci di fare la differenza.
Di fronte a una vera e propria psicopatologia del lavoro che influenza l’interezza dell’essere umano la logica vorrebbe che si curasse l’organizzazione prima ancora del lavoratore, puntando a un reale benessere nei luoghi d’impiego.
Claudia Barzaghi
Naturopata sistemica e autrice

